Esprimere soggettività e oggettività in inglese e in italiano

Il modo in cui gli autori rendono esplicita o defilata la propria presenza è un aspetto importante in un genere testuale fortemente standardizzato come quello accademico. In inglese, la visibilità di chi scrive è segnalata dai pronomi personali soggetto (we); in italiano, dalla flessione del verbo:
We maintain that aging of humans and animals is the result of a mutation or inactivation of the mitochondrial genome of different cells.
Siamo convinti che questa catena di eventi costituisca il meccanismo di innesco biochimico della degenerazione cellulare.
È evidente che un pronome personale rende la presenza dell’autore molto più cospicua rispetto alla flessione di una radice verbale, ma la scelta è dettata in gran parte da regole grammaticali, che impongono (inglese) o scoraggiano (italiano) l’uso dei pronomi personali. Nella prosa accademica italiana, la presenza del pronome personale è sovente correlata alla volontà di contrapporre la posizione dell’autore a quella di altri ricercatori; diversamente, è raro che venga esplicitata. Il cosiddetto plurale maiestatis, altra modalità per intervenire direttamente nel discorso, è invece tipico dell’italiano. Più che negli articoli di ricerca, quasi mai monoautoriali, è negli editoriali e nelle lettere che si riscontra, tra gli autori anglofoni, la pressoché totale assenza di tale artificio retorico. Il modo più comune per nascondere la presenza dell’autore è ricorrere a una forma passiva, espressa con il participio del verbo preceduto dall’ausiliare essere (was analysed, è ottenuto). In italiano, oltre al passivo esiste la costruzione con il cosiddetto sì impersonale (si ritiene, si osserva). Il vantaggio di questa forma è che essa permette di spersonalizzare il discorso pur mantenendo il verbo all’attivo, come stilisticamente preferibile. Il massiccio ricorso a tale costruzione contribuisce a rendere la scrittura accademica in italiano molto più impersonale rispetto a quella inglese, in cui prevalgono (e in un contesto statunitense si potrebbe quasi affermare che abbondino) i pronomi personali. L’impersonalità marcata della prosa accademica italiana è del tutto accettabile, e anzi attesa, quando un autore italiano scrive, appunto, in italiano, ma incontrerebbe parecchie obiezioni e resistenze qualora la si volesse trasporre in inglese. Una delle critiche spesso riferite agli autori non anglofoni (non solamente italiani) è l’eccessiva spersonalizzazione del testo, quasi una tendenza a confondere l’oggettività con l’afonia. Quando l’autore sceglie di eclissarsi completamente è difficile comprendere quale contributo stia apportando al dibattito, e ciò finisce per relegarlo al ruolo di eterno dottorando, anche dopo anni di carriera. La tentazione di trasformare ogni sì impersonale in un passivo si scontra poi con le attuali tendenze dell’inglese, che incoraggiano gli autori a evitare la forma passiva in assenza di un preciso scopo stilistico. Molto spesso tale scopo è la topicalizzazione, o messa in evidenza, di un’informazione:
Two approaches will be analysed, each with its own benefits and drawbacks. We will analyse two approaches, each with its own benefits and drawbacks.
Nel primo esempio, l’uso del passivo permette di spostare la parola approaches, ossia l’oggetto dell’analisi, in posizione frontale, laddove riceve maggiore attenzione; l’esempio successivo è una costruzione lineare, senza nessun elemento in evidenza. Se si vuole essere oggettivi senza risultare impersonali è possibile impiegare espressioni generiche (the authors anziché we), metonimiche (this study), introduttive (in our view) o cautelative (condizionali; avverbi o espressioni di frequenza come often, for the most part; avverbi di modo come seemingly o apparently e verbi con moderato tasso assertivo come indicate). Riferimenti: Flowerdew, John, “Attitudes of journal editors to non-native speaker contributions: an interview study”, Tesol Quarterly, 35 (1) 121-150 Molino, Alessandra, “Personal and impersonal authorial references: a contrastive study of English and Italian research articles,” in Journal of English for Academic Purposes, 9 (2010) 86-101