Scritto chiaro e tondo: il Plain English Movement

Comunicare i risultati dei propri studi è essenziale per chi si occupa di ricerca; altrettanto essenziale è farlo in modo da mettere in adeguata luce il proprio contributo. Il fine ultimo della redazione di un articolo non si esaurisce con la pubblicazione: importante è non solo essere pubblicati, ma anche letti, apprezzati e, se possibile, citati. Uno scritto è efficace se è chiaro. È questo il precetto ribadito universalmente dalle varie testate scientifiche. Chiarissime, al riguardo, le linee-guida di Oftalmology: “Good writing supports and augments good research. Clear, concise language is highly desirable in scientific communications and consistent with good scholarship”. Stesso orientamento per The British Medical Journal, Nature, The Lancet, e molti altri. Eppure, malgrado l’enfasi sulla chiarezza, in molti articoli pubblicati quest’ultima pare presente con una discrezione tale da allarmare gli stessi accademici, tanto che, alla fine degli anni settanta, il dipartimento di chirurgia dell’Università della California istituiva una “clarity clinic” – corsi di scrittura rivolti a studenti e ricercatori. Passando poi dal mondo accademico a quello editoriale, è facile vedere come le parole “clarity” e “clear” compaiano sempre più spesso nei titoli e sottotitoli dei manuali di scrittura (valga come esempio il fortunatissimo testo di Goodwill e Newmann, Medical Writing: A Prescription for Clarity, giunto alla quarta edizione nel 2014). Ma cosa rende poco chiara la prosa accademica? Le pecche più frequenti sono l’eccessiva lunghezza dei periodi, con un susseguirsi di frasi subordinate che costringono il lettore a riannodare più volte i fili del discorso, la presenza di ambiguità e salti logici, l’uso erratico della punteggiatura e la tendenza a svolgere più concetti in uno stesso paragrafo. Rivolgendosi a un pubblico di pari, l’autore sembra dare per scontato che il destinatario non avrà difficoltà a seguire comunque il suo ragionamento. Ma il fatto che il lettore sia in grado di colmare evidenti lacune non implica che sia anche disposto a impiegare tempo ed energie in tale compito, soprattutto considerando la mole di letteratura pubblicata e la necessità di aggiornamento continuo. Secondo le convenzioni dell’inglese, la responsabilità di presentare un testo leggibile è in capo all’autore: se questi viene meno al suo compito, chi dovrebbe leggerlo non avrà remore a passare ad altro. Proprio per semplificare la lettura dei testi specialistici – non solo scientifici – è nato il Plain English Movement, prima affermatosi negli Stati Uniti e poi diffusosi ad altri paesi di lingua inglese. Alla base dell’iniziativa vi è, come da denominazione, la preferenza per una comunicazione chiara e concisa, con particolare attenzione ai seguenti punti:
  • lunghezza delle frasi: in media non superiore a 20-25 parole, alternando frasi brevi a frasi più lunghe;
  • forme verbali: sono consigliate, ove possibile, le forme attive; soprattutto, sono sconsigliati i passivi cosiddetti deboli, del tipo X has been largely recognised to affect (più efficacemente riformulato con X affects o, al limite, Reportedly, X affects)
  • nominalizzazioni, ovvero la trasformazione dei verbi in sostantivi: formulazioni quali the analysis of data was performed aggiungono inutilmente un elemento di astrazione; meglio: data were analised
  • stringhe di sostantivi, o noun cluster: si raccomandano non più di tre elementi per stringa; a 6-month history of accumulation of mucosa produced by secretory cells è senza dubbio più chiaro di a 6-month secretory cell-produced mucosal accumulation history
  • uso corretto di congiunzioni e punteggiatura
Si tratta, a ben vedere, di regole elementari note ben prima che nascesse il Plain English Movement. Erano già presenti, ad esempio, nell’influente The Elements of Sytle, di William Strunk, stampato per la prima volta nel 1920, e in Style: Lessons in Clarity and Grace, di Joseph Williams, altro noto manuale di stile. Altre raccomandazioni, quali l’uso di we e you (con riferimento, rispettivamente, all’autore e al suo pubblico), la preferenza per le espressioni di uso comune e l’ampio ricorso a elenchi puntati per esplicitare i punti principali, non sono chiaramente applicabili a un articolo destinato a una testata specialistica. I prossimi interventi esamineranno prassi e convenzioni della prosa accademica, adottando, nei limiti consentiti dalla formalità di registro, la logica del Plain English. Lo scopo è aiutare chi scrive a redigere testi più facilmente comprensibili, minimizzando al contempo la possibilità di errori. Riferimenti Istruzioni per gli autori: http://www.bmj.com/about-bmj/resources-authors/house-style http://www.nature.com/authors/author_resources/how_write.html http://www.thelancet.com/landia/information-for-authors http://journals.aas.org/authors/manuscript.html Plain English Greene, Anne E., Writing Science in Plain English, University Of Chicago Press, Chicago, 2013 Derish P., Eastwood S., “A Clarity Clinic for Surgical Writing”, in Journal of Surgical Research, 147, 50-58 (2008) The Plain English Campaign, How to write in Plain English, (http://www.plainenglish.co.uk/files/howto.pdf) Manuali di stile Goodman, Edwards, Black, Medical Writing: A Prescription for Clarity, Cambridge University Press, Cambridge, 2014 Matthews, J.R, Matthews, R.W., Successful Scientific Writing: A Step-by-Step Guide for the Biological and Medical Sciences, Cambridge University Press, Cambridge, 2015 Strunk, William, The Elements of Style (varie edizioni disponibili) Williams, Joseph, Style: Lessons in Clarity and Grace (varie edizioni disponibili)